05
Jul

Notturno III

Written by lapidarius

Non ti sei persa niente, questa sera:
le solite luci gialle accese
nelle stanze vuote, dove regnano
silenzi, caldo, sfarfallii di tarme,
ricordi. Non so perché ti cerco qui
anziché in quella stanza così triste
dove altri, non io, dicono che sei.
Vado anch’io, certo, in quella stanza: siedo,
scrivo endecasillabi, mi rialzo,
guardo pannelli di luci colorate,
seguo il cammino contorto di quei tubi
che collegano alle macchine quel corpo
che hai dimenticato dentro un letto,
come si lascia sopra uno scaffale
uno oggetto divenuto inutile.
Ma dire che sei lì sarebbe assurdo,
tantopiù per una lettrice di Attar.
Per questo ho portato qui il Mantiq Al Tayr
che mi regalasti: adesso è sul leggio,
aperto ai versi dove l’usignolo
dichiara amore eterno alla sua rosa
e dice che il viaggio verso il remoto
palazzo del Re è sopra le sue forze.
Quando passerai, so che rileggerlo
saprà farti sorridere di nuovo.

02
Jul

Sentirsi di vetro

Written by lapidarius

Isa mi ha chiesto come mi sentivo durante la scrittura del post precedente.

Non è cosa semplice da dire.

Ieri mi pareva più agevole, a dire il vero, ma dopo aver passato due notti su un sedile di plastica a vegliare, e in vista di una terza, inizia ad essermi difficile pensare in un modo coerente,

Potrei dire che è come sentirsi di vetro: aver passato gli ultimi anni a chiarirsi dentro che quello cui sto assistendo era inevitabile, a cercare di rendersi lucidi e trasparenti dinanzi al dolore, per poi scoprire che si è composti ma fragili, e forse nemmeno in grado di resistere ad un prossimo pur piccolo urto senza andare in pezzi.

30
Jun

Notturno II

Written by lapidarius

وَلَنَبۡلُوَنَّكُم بِشَىۡءٍ۬ مِّنَ ٱلۡخَوۡفِ وَٱلۡجُوعِ
وَنَقۡصٍ۬ مِّنَ ٱلۡأَمۡوَٲلِ وَٱلۡأَنفُسِ وَٱلثَّمَرَٲتِ‌ۗ
وَبَشِّرِ ٱلصَّـٰبِرِينَ ٱلَّذِينَ إِذَآ أَصَـٰبَتۡهُم مُّصِيبَةٌ۬
قَالُوٓاْ إِنَّا لِلَّهِ وَإِنَّآ إِلَيۡهِ رَٲجِعُونَ
أُوْلَـٰٓٮِٕكَ عَلَيۡہِمۡ صَلَوَٲتٌ۬ مِّن
رَّبِّهِمۡ وَرَحۡمَةٌ۬‌ۖ وَأُوْلَـٰٓٮِٕكَ هُمُ ٱلۡمُهۡتَدُونَ

“E in verità vi proveremo con la paura e la fame,
e con la perdita dei beni, della vita e della stirpe:
ma dà il buon annunzio a coloro che sono pazienti,
e che quando la sventura li colpisce dicono:
Invero, apparteniamo a Dio e a Lui faremo ritorno‘”
Così sono coloro su cui è la benedizione e
la grazia del Signore. Così sono i ben guidati.

Surah Al-Baqara, 155-157

Io, il Simurgh, che sono trenta ed uno
ad un tempo, e che per tre volte ho visto
rinascere e morire l’universo,
e che posso guarire ogni ferita
tranne quelle che l’amore infligge,
e che son lago, e specchio del tuo volto,
disciolto il laccio che teneva stretto
l’incerto involto d’anima e di carne
ti ho veduto discendere la scala
che porta a riva dell’amaro fiume.
Non più canterà dolce l’usignolo,
non più guiderà l’upupa i tuoi passi:
nella contrada dove regna il buio
soltanto grigie falene troverai
per condurti al fuoco che consuma
e non riscalda, e al suo chiarore incerto.
Io, il Simurgh, non sono più la meta
del tuo viaggio. Scesa l’ultima notte
non sarà mai più mattina; tenebrae
oboriuntur
ti dicono le mani
che chiudono gli scuri delle imposte,
rassettano le coltri, iniettano
liquidi in membra che non sentono
quel tetro trascinarsi di risacca
che un automa ti soffia dentro il petto.

29
Jun

Da Il Corriere della Sera:

Pensionato spara al pc, arma sequestrata - Il 68enne appassionato di informatica ed esasperato dal computer in tilt ha esploso 5 colpi con la sua calibro 22″

Secondo me se il computer era suo non c’è reato, non c’è comunque premeditazione e ci sarebbe anche l’attenuante della manifesta provocazione da parte della vittima: non vorrei però che il prossimo gadget tecnologico a imporsi fosse un PC armato (anche se solamente per legittima difesa) e pure rapido ad estrarre…

28
Jun

Carlotta & Speranza’s day

Written by lapidarius

Come si sa, lo scorso 16 giugno si è celebrato a Dublino il “Bloomsday”, in onore e ricordo della giornata del 16 giugno 1904 in cui è ambientata l’allucinata odissea di Leopold Bloom, il novello Ulisse di Joyce.

Anche la letteratura italiana a ben vedere abbonderebbe - a volerle ricordare - di date notevoli.

Una di queste date ricorre proprio oggi, 28 giugno: anzi, “vent’otto di Giugno”, da immaginarsi scritto con l’ornata grafia femminile d’uso a metà del diciannovesimo secolo, e per la precisione il “vent’otto di Giugno del mille ottocento cinquanta”, data ormai preterita in cui Guido Gozzano ambienta, in una sua famosa poesia, la dedica scambiata tra due amiche adolescenti di un ritratto in fotografia, al tempo assoluta novità.

Mi sarebbe difficile spiegare sinteticamente come mai, da oltre vent’anni a questa parte, non trascorro un 28 di giugno senza ricordare la ricorrenza gozzaniana. Non c’è nulla infatti che mi colleghi, neppure per vaga affinità emotiva, a quell’epoca di metà esatta dell’Ottocento quando ancora non esisteva alcuna emancipazione dei lavoratori, né delle donne, né - nonostante le aspirazioni della rivoluzione che poco più di cinquant’anni prima aveva messo fine all’ancien regime, per poi ricrearlo con l’avvento del Bonaparte - alcuna uguaglianza perlomeno de jure tra gli uomini.

Tantomeno, sento attrazione per quel modello femminile del passato che Gozzano tanto amava e che già ai suoi tempi, del resto, era poc’altro ormai che un ricordo.

In realtà i centocinquantanove anni che ci dividono da quel 28 giugno 1850 hanno modificato il mondo - e, in esso, gli uomini - in una maniera così netta e profonda che con quelle nostre possibili progenitrici, ritratte da adolescenti in una fotografia su cui pesa così grave il tempo, ben difficilmente avremmo qualcosa da condividere. Se le incontrassimo, credo avremmo difficoltà a spiegare, ad esempio, che nel loro futuro ci sarebbe stato ad attenderle il XX secolo, un’era iniziata con il genocidio di due milioni di Armeni, proseguita con una guerra mondiale devastante con 15 milioni di morti, seguita a sua volta da una pestilenza che ne avrebbe causati altri 20 milioni, schiacciata dalla più Grande Crisi economica che la storia registri (ma adesso è anche vero che ci stiamo mettendo impegno per farne impallidire il ricordo), funestata dall’avvento degli stati totalitari, e quindi annegata in un ulteriore bagno di sangue costato 100 milioni di morti e la messa a punto di armi capaci di distruggere la vita sull’intero pianeta. E tutto a meno di cent’anni da quel giugno e da quella foto, e senza tener conto poi degli altri sessant’anni successivi passati in pace - almeno per noi fortunati nell’occidente - solo per l’equilibrio del terrore.

Del resto, anche potessimo conversare con loro, spaventarle con una così fosca narrazione del futuro sarebbe una crudeltà. In fondo hanno solo diciassette anni, hanno appena terminato il collegio con risultati più che commendevoli e l’estate è appena iniziata: è una stagione e sono momenti che - si sa - non si ripeteranno mai più.

Meglio quindi lasciare a Carlotta il canto, a Speranza il pianoforte e, ad entrambe, i loro sogni. Magari, così facendo, qualche nota arriverà sin qui.

27
Jun

Sull’Arca dell’Alleanza

Written by lapidarius

Regard mi segnala che è notizia di questi giorni l’intenzione della Chiesa Ortodossa Etiope di effettuare un’ostensione (non è chiaro se pubblica o meno) di una reliquia di notevole - anche se diversa - rilevanza per tutte e tre le religioni abramitiche che la Chiesa suddetta ritiene in suo possesso, ossia l’Arca dell’Alleanza nella quale sarebbero state custodite le Tavole della Legge, la Verga di Aronne ed un vaso della mirra di cui si cibarono gli Ebrei nell’Esodo verso la Terra Promessa.

Che la reliquia sia dotata di poteri soprannaturali è un articolo di fede della religione ebraica dichiarato nello stesso Antico Testamento (e ciò è stato conseguenza - meritoria o deprecabile lascio ai lettori dire - di certa letteratura d’appendice che l’industria culturale ha voluto trasporre in prodotti cinematografici). Di minore importanza per le confessioni cristiane, la reliquia è nominata invece nel Corano e ha un ruolo nell’escatologia islamica: il Mahdi ed Isa bin Maryam al-Masih (Gesù il Messia) ne reperiranno infatti i resti presso il Lago di Tiberiade al tempo in cui il Messia farà ritorno sulla Terra, sconfiggerà, insieme al Mahdi, il Dajjal (l’Anticristo), regnerà e stabilirà la giustizia e, infine, morirà per essere sepolto nella tomba che lo attende in Medina, accanto a quella di Muhammad.

Premesso ciò, è difficile dire che cosa possa spingere la Chiesa Ortodossa Etiope a fare proprio ora una simile dichiarazione. Certo, l’esistenza di un “G8 delle religioni” appena tenutosi, in cui i rappresentanti di varie confessioni hanno cercato di far valere il loro peso sociale indirizzando un documento ai politici del mondo, può aver giocato un ruolo per spingere le autorità religiose locali a denotare o comunque a far risaltare l’importanza di una delle chiese africane che è anche una delle più antiche chiese cristiane in assoluto.
Non vorrei invece leggere nella dichiarazione un intento di promozione turistica dell’Etiopia; il Ministero del Turismo locale, peraltro, parrebbe giocare anche la carta del turismo religioso nel cercare di proporre Axum come meta, ma in subordine all’attrattiva archeologica del famoso obelisco e in maniera piuttosto sommessa: prudentemente, infatti, il dicastero etiope preferisce affermare semplicemente che “si dice” che l’Arca si trovi in una chiesa di Axum.

Comunque, in caso di pubblica ostensione e di possibilità di indagare il reperto, dal punto di vista razionale - l’esempio della Sindone purtroppo insegna - sarebbe pressoché inutile effettuare rilievi scientifici sul manufatto per stabilirne l’autenticità: in caso di smentita infatti si smuoverebbe, prevedibilmente visti i suddetti precedenti, la consueta coorte di soggetti ansiosi di sostituire le proprie teorie (a censura di supposti errori metodologici o sperimentali, a sostegno di complotti più o meno fantasiosi ed altre) all’hard evidence che esce dai laboratori cercando di screditarla.

C’è da chiedersi invece sotto un profilo più generale quale possa essere l’importanza di siffatte reliquie.

Verrebbe peraltro da pensare, leggendo anche solo parcellarmente la sterminata letteratura sull’argomento, che secondo coloro che le venerano esse debbano servire a testimoniare e, in qualche modo, a confermare la sussistenza della Divinità.

Come mai, poi, la Divinità debba essere ridotta a dare conferma della propria esistenza agli uomini attraverso vetuste opere di carpenteria od ombre su antiche lenzuola, assai simili peraltro a manufatti che possono uscire dalle mani dell’uomo, quando esiste un intero Universo assai più misterioso, complesso e la cui fattura è ben più degna dell’onnipotenza divina e che non può essere un artefatto, pare non sfiorare la mente di costoro.
In altre parole, perché mai dovremmo, come evidenza dell’esistenza e della potenza divina, preferire una cassa di legno all’Universo?

25
Jun

Libero

Written by lapidarius

24
Jun

Notturno I

Written by lapidarius

Chi soffre di una malattia letale, ma lentamente progressiva e dal decorso non troppo doloroso non si trova, in realtà, in una condizione troppo dissimile da un soggetto sano, su cui pure incombe lo scorrere del tempo: senectus - dicevano infatti gli antichi con non poca saggezza - ea ipsa morbus.

La differenza sostanziale tra l’invecchiamento e ed una malattia a lento decorso, è, piuttosto, la quantità di tempo che il progredire del male lascia a disposizione e la maggiore sensazione di finitezza dell’esistenza che si sperimenta. Ed è proprio quest’ultima sensazione che gioca un ruolo psicologico determinante nel malato terminale. All’inizio lo scorrere del tempo - che in genere decorre in sottofondo nell’esistenza dei sani - risale alla coscienza sino ad essere percepito in ogni minima fluttuazione. Ci si può scoprire inebetiti a fissare orologi e calendari, mentre le ore e i giorni si susseguono così rapidi che gli eventi che di norma permettono di distinguerli l’uno dall’altro non si apprezzano più.

Solo la notte reca conforto e si vorrebbe non terminassero mai la quiete e il silenzio che il suo sopravvenire porta con sé. Della notte, si assapora ogni secondo sperando che il giorno - vuota parentesi di deserto che si è costretti ad attraversare gettandovi dentro occupazioni, come si gettano pietre in un guado per non affondarvi - tardi a venire.